Tag: tennis

Poirot e John McEnroe

L’altra sera al cinema ho visto “Assassinio sull’Orient Express” di Kenneth Branagh, e a un certo punto, all’inizio, c’è un dialogo molto bello tra Hercules Poirot e un militare, nel quale Poirot dice che lui riesce a vedere il mondo solo come dovrebbe essere, e non sopporta lo scarto con le evidenti imperfezioni che lo rendono differente da come dovrebbe essere (in lingua originale, “I can only see a world as it should be. It makes an imperfection stick out like the nose on your face.”). E allora a me è venuta in mente l’espressione di John McEnroe quando sbaglia una palla, o quando. Ecco, secondo me la stizza, la rabbia di McEnroe nasce dallo stesso disappunto che descrive Poirot. Magari mi sbaglio, perchè la mia è solo un’impressione, e non ho mai letto o sentito un parere di John McEnroe in proposito, ma la sua espressione è diversa da quella degli altri tennisti che si rammaricano, imprecano o protestano. Loro pensano al punto, al game, al set, lui sembra essere animato da un’ansia più grande e assoluta, l’ansia per un mondo perfetto nel quale quella volèe gli sarebbe entrata o quel servizio gli sarebbe  stato chiamato buono, e non fuori. Poi, certo, sono sicuro, anche a McEnroe interessano il punto, il game, il game e il set, ma in quel momento lì, il momento in cui la sua espressione passa dallo sforzo alla rabbia, gli sfuma davanti “the world as it should be” e lui capisce che non potrà più riesumarlo.

K-Rock e Kyrgios

K-Rock è una storica radio reggiana (o meglio, di Scandiano) che trasmette solo musica rock. Una radio dura e pura, insomma, impermeabile alle lusinghe del mainstream, che vuol poi dire la musica che si ascolta su (quasi) tutte le altre radio. La notizia di questi giorni è che K-Rock sparirà dall’FM, quindi non la troverai più smanettando la tua autoradio, e continuerà a trasmettere solo sul web. Se uno mi conosce, e conosce i miei gusti musicali, più chiedersi cosa me ne freghi della chiusura di K-Rock, visto che a me il rock non è mai piaciuto tanto e che quando arrivavo con l’autoradio su K-Rock cambiavo subito canale, e che è al numero 5 delle mie frequenze memorizzate solo perchè piace a mia moglie. Io posso rispondere in tanti modi: intanto potrei dire che non è che il rock non mi garbi, piuttosto non è il mio genere preferito e comunque mi sembra limitante ascoltare solo quello, ma qualche canzone o qualche disco rock li ascolto volentieri. Potrei anche dire, inoltre, che ho tanti amici che sono cresciuti a pane e K-Rock, e mi dispiace per loro, mi rattrista che la loro radio chiuda, o comunque si ridimensioni, e anche per mia moglie, che, pur non essendo una fanatica, quando va lavorare ogni tanto ascolta con piacere anche K-Rock.
Ma c’è un motivo più importante per cui mi dispiace che K-Rock chiuda: perchè la sua presenza ha contribuito a formare la mia identità. Negli anni ’80 e ’90, perlomeno tra i giovani reggiani, non c’era stato lo sdoganamento del pop e della musica elettronica: la vera musica era il rock, se non ti piacevano le schitarrate e non conoscevi a memoria la formazione dei Metallica e la loro evoluzione nel tempo, tu, di musica, non capivi un granchè. Io, che preferivo proprio il pop e la musica elettronica (“musica da discoteca” o “musica fatta con il computer” erano gli epiteti dispregiativi con cui veniva considerata dai puristi della schitarrata), dovevo conquistarmi il mio spazio (il testo della canzone “The pop kids” dei Pet Shop Boys, non a caso uno dei miei gruppi preferiti di sempre, racconta un po’ questa situazione). E la presenza di un’ideologia rock così forte e radicata, e quindi di radio come K-Rock, mi aiutava a costruirmi la mia identità: in attesa di capire chi ero, perlomeno potevo sapere con certezza chi non ero. La presenza di questa alterità mi stimolava a dirigermi altrove e a conoscere meglio territori più lontani.
Allora mi è venuto in mente che io, quando ero un ragazzino e mi avvicinavo al mondo del tennis, avevo sempre preferito i tennisti corretti e rispettosi in campo, rispetto a quelli esuberanti, quindi preferivo la compostezza di Wilander o di Edberg che tanto più emergeva se confrontata all’intemperanza dei vari Connors, McEnroe, Cash e via dicendo. Allo stesso modo, io in campo ero inappuntabile, come Wilander, e mi rapportavo con distanza anche spocchiosa con i miei avversari che smadonnavano, buttavano la racchetta o tiravano le palline nel canale quando sbagliavano uno smash. Nel tennis di oggi sono tutti composti, anche se è una compostezza diversa da quella di Wilander, quindi sembrerebbe che abbiamo vinto noi, però non sono contentlo, così come non sono contento della scomparsa di K-Rock.
E allora, quando vedo Kyrgios che dà in escandescenza, che impreca, che lancia la racchetta, che dal nervoso tira tre doppi falli di fila, io, pur continunando a deprecare sommamente queste cose, sono proprio contento, e spero proprio che non manchino mai, i Kyrgios, nel tennis.

La faccia di Wawrinka

Più lo guardo, più mi convinco di una cosa: che Wawrinka non ha la faccia giusta per il rovescio che tira. Non voglio mica essere frainteso: qualcuno potrebbe pensare che, visto che Wawrinka gioca un gran bel rovescio a una mano, io voglia dire che Wawrinka è brutto o altre cose del genere. Non è così, non voglio mica sindacare sulla bellezza o sulla bruttezza di Wawrinka. É solo che, secondo me, le persone che conosco e che hanno la faccia simile a quella di Wawrinka, non che gli assomigliano, magari, ma che comunque hanno quell’espressione lì, soprattutto quando giocano, il rovescio lo tirano in modo diverso da lui, magari lo tirano a due mani, non lo so, magari hanno un bel drittone o un servizio potentissimo, però il rovescio non lo giocano così. E allora a me, che a volte mi scopro un po’ lombrosiano, quando vedo Wawrinka tirare un rovescio molto bello, nasce uno stupore ancora più grande.

Del Potro sui vetri

L’altra sera alla Collezione Maramotti ho assistito alla performance Pointed Peak del coreografo giapponese Saburo Teshigawara. L’idea più originale, e secondo me molto giappponese, dello spettacolo era che i due protagonisti, che erano il coreografo stesso e una ballerina, pure giapponese, si muovevano su una distesa di cocci di vetro. Si concedevano salti, piroette, prese e tutte le normali evoluzioni di un balletto, ma i loro piedi, e i loro corpi, a volte, poggiavano su questa distesa di taglienti cocci di vetro. La cosa che più mi è rimasta impressa di questo spettacolo, oltre alla paura che si facessero male, è che i passi dei ballerini erano pesanti, pur essendo loro leggerissimi, e questa pesantezza di passo era sempre accompagnata da un rumore di vetri infranti, rumore che poi mi è rimasto nelle orecchie per diverse ore. Ecco, vedendo l’altra sera la stanchezza dei passi di Del Potro contro Isner, soprattutto alla fine della partita, mi sembrava di sentire ancora quel rumore di vetri infranti.

Giocare a Kevin Anderson

L’altra sera ho guardato la finale degli US Open e per un po’, all’inizio, l’hanno guardata anche le mie bimbe. Che è una cosa abbastanza singolare, questa, che le mie bambine guardino una partita di tennis, perchè, nonostante i miei reiterati tentativi di appassionarle, non hanno mai dimostrato alcun interesse, se non per i colori dei completi delle tenniste o per i tic di Nadal quando batte, che a loro fanno molto ridere. Però, invece, l’altra sera, un po’ l’hanno guardata la partita tra Nadal e Kevin Anderson, e la mattina dopo, hanno tirato fuori i racchettoni da beach tennis, la rete della Decathlon e hanno giocato che una era Nadal (e faceva pure tutti i tic prima di battere) e l’altra era Kevin Anderson. E, quando me l’hanno raccontato, mi ha molto divertito che, nella loro visione limitata del mondo del tennis, Kevin Anderson, visto che era in finale, sia un mito come Nadal, un personaggio in cui ci si può anche immedesimare nei propri giochi in cortile. E magari, se uno chiede loro di elencare 3 tennisti importanti della storia del tennis, loro direbbero Federer, che se lo ricordano perchè ha due coppie di gemelli, più che altro, Nadal, che ha i completi sgargianti e i tic prima di battere, e Kevin Anderson. E allora mi è venuto in mente che, quando avevo circa 10 anni, pensavo che i Men At Work fossero uno dei gruppi fondamentali della storia della musica, come i Beatles o i Genesis, per dire.

Il pallonetto (o lob, che dir si voglia)

Per me, che sono un onesto pallettaro, il pallonetto è il colpo più interessante. Ormai tutti lo chiamano lob, anche nelle telecronache e sui giornali, ed è forse giusto così, perchè se si usa la terminologia internazionale lo capiscono tutti. Anch’io, nel mio piccolo, ho chiamato il sito loblog, sia per giocare con la parole blog (lob+blog=loblog), sia per usare un nome facilmente riconoscibile e digitabile. Però, sono sincero, il termine pallonetto è molto più bello di lob, sia come suono, sia come costruzione della parola. Al di là dei modi in cui può essere chiamato, il pallonetto ha una caratteristica che me lo rende amabile: le reazioni che provoca su chi lo subisce non cambiano così tanto con livello di gioco. Che sia un campione alla finale del Roland Garros o un amatore al torneo del circolo, il giocatore che scende a rete e incorre in un pallonetto reagisce esattamente allo stesso modo:

  1. in principio c’è la sorpresa. Il pallonetto, più lento del passante, lascia all’attaccante pronto per la volèe il tempo di sorprendersi. E un po’ di sorpresa c’è sempre, non so perchè, ma il pallonetto un po’ sorprende sempre, forse perchè quando sei a rete il tuo cervello è talmente concentrato sulla pronta reazione al passante, e quindi a capire prima possibile se sarà lungolinea o incrociato, che l’eventualità del pallonetto viene in un certo senso ridotta;
  2. poi c’è sempre un attimo in cui si crede di poterci arrivare, saltando, a prenderlo il pallonetto, forse perchè quando parte non capisci subito quanto andrà in alto. A volte è vero, ci si arriva, e allora magari si tira in rete lo smash, la schiacciata, ma questo è un altro discorso;
  3. se il pallonetto è ben tirato, però, l’illusione di prenderlo svanisce rapidamente e allora si vede proprio la faccia che cambia espressione, che fa una smorfia e dentro ci si legge paura, fatica e sgomento;
  4. poi comincia la rincorsa a ritroso e questa rincorsa è sempre un po’ sbilenca, perchè da una parte guardi la pallina e dall’altra guardi dove vai, e se uno guarda dall’alto può sembrargli il cammino di un ubriaco, più che di un tennista (poi ci sono anche tennisti ubriachi, ma questo è un altro discorso);
  5. alla fine c’è il tentativo, spesso vano, di rimandare la palla dall’altra parte, avendo sempre il proprio corpo un po’ nei piedi, con un rovescio alto, con un contropallonetto o addirittura uno smash dietro la schiena o con un tweener, che è poi quel colpo sotto le gambe che io, a dire lo verità, non ho neanche mai provato, sia perchè richiede una certa abilità, sia per un certo timore per la mia incolumità.

Ogni giorno, su un campo da tennis, come ti scavalca un pallonetto, non importa che tu sia un campione o un brocchetto, l’importante è che cominci a correre: il pallonetto è ‘a livella.