“Una pizza, al taglio”. Lettera di una foggiana a Berlusconi

08 nov 11 “Una pizza, al taglio”. Lettera di una foggiana a Berlusconi

Dura, decisa, precisa, amara, reale e concreta.

Questa è la lettera che una foggiana, Francesca Schioppo, rivolge al Presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi, in riferimento alle recenti dichiarazioni su “ristoranti sempre pieni e vacanze prenotate”.

La ragazza, partendo dalla situazione personale, analizza lo status dei giovani italiani al giorno d’oggi analizzando ciò ‘sembra andar bene’ e ‘ quello che dovrebbe andar meglio’.

 

Mi chiamo Francesca, ho 26 anni.

Sono di Foggia, ho studiato design a Milano, e ho un impiego a tempo determinato a Bari, come designer. Quindi, sono fortunata. Sulla mia carta d’identità, alla voce professione, è riportato un economo tratteggio, giusto due o tre linee, per non esagerare ma rendere chiaro il concetto; neanche il mio contratto di lavoro riconosce la mia professione, iscrivendomi di default ad un’altra categoria. Ma, comunque, sono fortunata.

Già, perché è diventata un’abitudine di recente acquisizione tra noi giovani, quella di definirsi fortunati se lavoratori. E’ un’abitudine che sa di imbarazzante sillogismo, di in-verificata conseguenza dell’aver trovato un lavoro, di grato riconoscimento alla buona sorte.

Per me sa di amaro inganno per una logica che dovrebbe essere fonte di appagamento sociale, anziché di manifesta sorpresa e meraviglia, se non di surreale incredulità.

E’ per questo che affermazioni come quelle del premier di pochi giorni fa, a conclusione del G20, mi instillano qualche risentimento. Nell’incertezza di essermi persa qualche parentetica qua e là, ho deciso di anticipare anch’io il Natale, e scrivere la mia lettera. Al primo Ministro del mio Paese, l’Italia. Un uomo che “babbo” non è, ma che qualcuno ha definito un “papi”.

“Caro Primo Ministro,

purtroppo devo riconoscere che in qualche modo anche lei mi è caro. Sicuramente nel senso più economico del termine.

Lei mi costa caro: come cittadina, in termini di stima, di fiducia, di amore per il mio Paese; come giovane, in termini di orgoglio, curiosità, prospettive e volontà costruttiva; come individuo, in termini di cura per i beni comuni, senso civico e correttezza. Qualcosa, nelle sue parole, mi ha disturbato; e non lo dico con la dolce debolezza di Sean Penn, ma con la consapevolezza dell’interlocutore a cui mi rivolgo.

Sentire che la crisi non c’è perché io e qualche mio compaesano ci concediamo una pizza o un viaggio è fastidioso, ridicolo, denigrante.

Mi sembra banalizzare un problema di ben altre dimensioni, riducendolo ad un’ovvietà talmente contingente quanto fuori luogo.

Non sono un’indignata, sono una cittadina, di quello che è anche il suo Paese, offesa nella libera amministrazione delle gratificazioni derivanti dal mio mestiere. Mestiere peraltro che ho appreso e apprendo studiando a spese mie e della mia famiglia, in cui mi impegno ogni giorno senza che alcuna forma di assenteismo mi sia concessa, senza raccomandazione che mi protegga, senza garanzia alcuna che il mio contratto si rinnovi al suo scadere.

Perché ha una data di scadenza, proprio come gli ingredienti di ogni buona pizza che si rispetti.

Io credo che le pizzerie siano affollate tanto quanto le nostre dispense domestiche lo siano dei prodotti in offerta. Allentare la tensione del risparmio e dell’oculatezza è una concessione che non ha da domandare permessi. E le assicuro che non è quasi mai una concessione spensierata.

Credo che i voli low cost siano tanto affollati, quanto siano cari il carburante e le autostrade. Quanto meno su questo, avrebbero più senso ben altri discorsi.

Lascerei perdere dunque lezioni di economia domestica, perché almeno questa cattedra non è precaria.

Il baco, probabilmente a lei non manifesto, sta nel ritenere casalinga, una crisi ormai di dimensioni finanziarie. Le sofferenze che una famiglia, un commerciante, un precario o uno studente italiano (e per italiano intendo chiunque vive sul territorio Italia) sta affrontando, in questo momento, sono dispiegate su tutti i fronti delle azioni quotidianamente svolte.

Eludere da queste finanche il piacere di un “extra” mi sembra quanto meno azzardato, indelicato. Ingiusto, se mi passa il termine senza farne una teoria sul colore. E’ una libertà, l’ennesima, che sa di ingerenza, quindi impropria.

Mi sento offesa perché lei riconosce a me e alla mia generazione poca capacità critica nel farci notare le pizzerie piene e i voli over-booking. Nel credere che il nostro sguardo giovane e curioso possa davvero fermarsi agli specchi per le allodole che lei ancora erge a scudo del suo fallimento.

Io guardo alle attività che chiudono, alle svendite che gridano, ai mutui che si accendono. Io guardo ai progetti che non posso realizzare. E le assicuro che ogni volta è una vista che ferisce.

Vuol sapere in cosa io vedo la crisi? Quale ne è secondo me il segno più tangibile?

Non è la pizza che ci manca, a noi giovani manca la progettualità.

PROGETTUALITA’.

Un giovane, con una formazione ma senza un lavoro, è una miccia inesplosa, un potenziale sciupato, uno spettacolo che va in scena senza pubblico. Un peccato, una mancanza.

La crisi è il percepire uno stipendio che non mi permette di investire. E il dover dire “sono fortunato” perché ho uno stipendio. Nel migliore dei casi è il riuscire a vivere sulla propria capacità produttiva, facendo i conti per arrivare a fine mese, e non progettando il proprio futuro.

Questo vuol dire non poter costruire il nuovo per la società di oggi e di domani.

Ecco il più grande torto che noi giovani stiamo pagando, ben più salato di un biglietto Ryanair o di un conto in pizzeria.

Io voglio poter investire su di me e sulle mie possibilità.

Voglio poter guardare oltre la fine del mese, per progettare idee che siano degli inizi.

Voglio poter dire “me lo merito”, e non “sono fortunato”.

Non voglio solo dover dire grazie per aver “ricevuto” un lavoro, voglio anche che qualcuno mi ringrazi e mi gratifichi per il lavoro che svolgo.

Vorrei rispetto per i nostri sacrifici, perché sono l’investimento più grande e prezioso per il nostro futuro e per quello del nostro paese.

Vorrei che ogni ruolo, la cui specifica sia preceduta da un “Primo”, o “Presidente di”, o “Capo di”, si traducesse nell’assunzione seria e costruttiva di responsabilità. Vorrei, poi, che ognuno di noi ne condividesse il peso e l’attuazione, con rinnovato orgoglio e ritrovata fiducia.”

Francesca Schioppo

6 Commenti

  1. Sabino /

    E’ caduto. Ora è da vedere se si è fatto male o no!

  2. giulia ester marinari /

    brava Francesca!

  3. Ti abbiamo condivisa anche noi sul nostro gruppo in facebook e abbiamo fatto girare la tua lettera su altre pagine perché ci sembrava giusto che fosse visibile a più persone! Complimenti davvero!

    -NCLPLG-

  4. Credo che abbiamo bisogno di giovani che abbiano la capacità e la volontà di progettare il proprio futuro. E proprio perché siamo così in basso dovrebbe essere più facile salire. Una grafica in gamba che investa su se stessa ha delle buone possibilità di riuscire se è il lavoro che le piace. In bocca al lupo

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